Scrivere secondo Virginia Woolf

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Brano tratto da “Il romanziere e la vita”* di Virginia Woolf

Lo scrittore di romanzi – questa è la sua peculiarità e il suo rischio – è terribilmente esposto alla vita. Altri artisti, per lo meno in parte, si ritirano: si chiudono in una stanza da soli , con un piatto di mele e una scatola di colori, oppure un rotolo di carta da musica e un pianoforte. Quando ne escono, è per dimenticarsene e distrarsi. Ma il romanziere non dimentica e difficilmente si distrae. Egli ha sempre l’impressione di essere sollecitato e dominato da quello che è l’oggetto della sua arte.

Un gusto, un suono, un movimento, poche parole udite per caso, un gesto colto là, un uomo che entra, una donna che esce, perfino un’automobile che passa per la strada o un barbone che si trascina sul marciapiede, e il rosso, il blu, le luci e le ombre della scena attorno a lui richiedono la sua attenzione e suscitano la sua curiosità. Come un pesce in mezzo all’oceano non può evitare che l’acqua gli entri nelle branchie, allo stesso modo lui non può fare a meno di ricevere impressioni. Ma se questa particolare sensibilità è una delle condizioni della vita di un romanziere, è ovvio che tutti gli scrittori i cui libri continuano a vivere sappiano come padroneggiarla, rendendola funzionale ai loro scopi. Si chiudono in qualche stanza solitaria dove indugiano a fatica per riuscire a padroneggiare le loro percezioni, per concretizzarle e trasformarle nel tessuto della loro arte.

Questo processo di selezione è talmente deciso che spesso nel finale non troviamo nessuna traccia della scena su cui si basava il capitolo. Perchè in quella stanza solitaria, la cui porta i critici eternamente tenteranno di aprire, si verificano processi stranissimi. La vita è sottoposta a migliaia di prove ed esercizi, viene tenuta a freno, viene uccisa. E’ mischiata a questo, sommata a quello, contrapposta a quest’altro. E così, dopo un anno, quano avremo la nostra scena al caffè, i segni esterni grazie ai quali la ricordavamo sono scomparsi. Emerge dalla foschia qualcosa di concreto, qualcosa di forte e resistente, l’osso e il midollo su cui si fondava il nostro flusso di emozioni disordinate.

 

*Saggio contenuto nel volume Granito e arcobaleno (Nuova editrice Berti) e apparso originariamente su New York Herald Tribune il 7 novembre 1926.

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